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CAMILLO DEJAK - Il liberalismo occidentale e lo scontro delle civiltà

Lezione della Scuola di Liberalismo di Roma - 7 aprile 2003

Quando accettai di impegnarmi per questa lezione non pensavo certamente di doverla svolgere in piena guerra guerreggiata sui margini tra due civiltà. Tantomeno potevo immaginarlo quando trovai, diversi anni fa, a Londra il libro di Samuel Huntington “The clash of civilizations” scritto ben prima dell’11 settembre. Cercavo allora qualcosa che confutasse la tanto utilizzata frase “fine delle ideologie” ed addirittura “fine della storia” di Francis Fukujama. Anche se tali affermazioni erano dovute ad una sopravvalutazione del prevalere del nostro mondo su quello autoproclamatosi “del socialismo reale”, esse mi infastidivano. Io, che fin da decenni mi ero battuto per l’ideologia liberale, non ritenevo affatto che questa stessa fosse più che un’ideologia e ,quindi, giustamente pensavo che bisognava continuare a sostenerla non contro il vecchio avversario, che concordavo essere ormai fuori gioco, ma in confronto ad altri modi di pensare ed agire. La caduta del comunismo non implicava affatto la caduta di tutte le ideologie tanto che lo stesso Fukujama è poi tornato indietro nelle sue affermazioni.

A questo interesse per il libro di Huntington mi porta quel “pessimismo attivo”, suggeritomi proprio da Valerio Zanone, e che, con l’andare dell’età, si sta sostituendo al mio innato ottimismo, però duro a morire. Io quindi credo nella possibilità di un generalizzato e reale progresso politico, sociale ed economico. Ritengo però che la politica vada avanti, non progredisca ma prosegua, magari per cicli, e richieda perciò ancora sempre l’impegno dei liberali. L’unica fiducia di un progresso vero mi rimane solo nella scienza, alla quale sono soddisfatto di aver comunque dedicato la maggior parte della mia vita.

Teorie politiche Tornando alla politica ed alle teorie politiche vorrei innanzitutto dire "no" a Francis Fukuyama perché la sua teoria di un mondo che, con la caduta del comunismo, sarebbe diventato un mondo con un'unica cultura, è scoppiata. Abbiamo quindi bisogno di avere delle teorie alternative. Le teorie alternative che cosa devono fare? Una teoria socio-politica deve in primo luogo dare la possibilità di ordinare e generalizzare. In secondo luogo deve cercare di capire qual è la relazione tra causa ed effetto. In terzo luogo cercare di discernere quelle che sono le cose più importanti da quelle meno importanti e ciò a sua volta comporta la necessità di fare delle previsioni in base agli eventi giudicati più importanti.

Rispetto alla teoria della cultura vincente c’erano tre diverse impostazioni teoriche alternative. La prima è quella dei due mondi: noi Occidente e gli altri non-Occidente. E’ una teoria che non convince per nulla, superata perché ritiene che in qualche modo l’Occidente sia dominante e gli altri in qualche modo resistenti, renitenti al progresso portato avanti dall’Occidente. Anche se qualcosa di questa teoria si vede ancora nei fatti politici odierni, non è certamente una teoria che può essere accettata come spiegazione esaustiva in quanto enfatizza il contrasto tra Occidente ed Oriente, preso nel suo globale, tralasciando quello tra Nord e Sud, che forse è più importante.

La seconda impostazione teorica, che ha dominato la pratica politica, è quella degli Stati Nazionali. Gli stati nazionali sono ormai quasi 200, Fukujama ne contava 184. Anche se le Nazioni Unite ragionano ancora dell’intangibilità dello Stato nazionale, ma questa è ormai superata dai fatti ed in realtà da tempo non esiste più l’intoccabilità del concetto di Stato nazionale. Si sono verificate sempre più spesso ingerenze, dalla Jugoslavia all’Iraq, Timor Est e tante altre. Quindi l’intangibilità dello stato esiste solo nelle menti di pochi uomini che ancora ci credono e forse di qualche funzionario delle Nazioni Unite. Anche la devoluzione ormai è un fatto che l’Occidente ha trasmesso a tutte le altre civiltà, per cui noi vediamo che lo Stato Nazionale perde potere, per conferirlo ad altre entità minori quali regioni, länder, province e comuni. In questo ambito rientra anche tutto il problema della penetrabilità delle frontiere. Le frontiere da un lato non hanno più la funzione che avevano all’inizio del secolo scorso come spartiacque di civiltà, dall'altro sono ormai un colabrodo rispetto alle immigrazioni di massa. Inoltre anche sul piano della circolazione delle idee l’informatizzazione comporta un’assoluta permeabilità delle frontiere e nessuno riesce più a dominare questo mezzo di libertà che è internet, neppure nei casi estremi di idee anche sballatissime, quale la pedofilia. Internet diventa così un’espressione di libertà, che dovrebbe rendere accesibili tutte le idee a tutti gli uomini. Il problema quindi è complessivo: informatico, economico e di immigrazione.

La terza teoria alternativa è quella del caos generale. Il caos generale è una teoria, che forse ha molti punti a suo favore, ma da sola mi sembra che non funzioni. Non funziona in primo luogo perché non tutto è caotico ed elementi di ordine ci sono sempre, in secondo luogo perché, anche se presa come teoria, non è capace di produrre previsioni, non è capace di interpretare relazioni causa-effetto né di darci una guida di comportamento. D’altra parte come caos nella matematica noi abbiamo coniato ormai da più decenni l’espressione caos-deterministico. E’ qualcosa di diverso da caos semplicistico: si è cercato di capire come certi fenomeni caotici provengano da equazioni differenziali semplicissime. Da un’oscillazione del tutto normale, si passa in modo repentino ad un andamento di tipo caotico per poi tornare ad una situazione simile a quella iniziale, magari con due o tre frequenze sovrapposte, ma sempre una situazione di relativa normalità. Il problema della teoria del caos quindi non è più nemmeno un così univoco fondamento di non causalità in quella che è la scienza delle scienze, ossia la matematica.

Civiltà come concetto interpretativo Allora proviamo a cercare una teorizzazione diversa. Il fatto che delle civiltà possano essere determinanti in quella che è l’evoluzione del mondo in questo secolo, è qualcosa di plausibile. Può essere anche non sempre del tutto vero, può essere un’interpretazione che non si dimostra veramente efficiente per ogni evento geopolitica, però è un’interpretazione possibile, che ha il suo modo logico di trarre determinati effetti da determinate cause. Ha previsto certe cose, che sono avvenute ultimamente, e quindi è qualcosa che vale la pena studiare.

Cosa sono le civiltà? Prima di tutto non si tratta di civiltà al singolare ma al plurale. Esistono civiltà che si susseguono nella storia e nella geografia. Secondariamente era sorto in Germania, in un certo periodo post-spengleriano, si avrebbe voluto dividere tra civiltà e cultura o civiltà e civilizzazione, dove civiltà era qualcosa di più materializzato e cultura qualcosa di più idealizzato. Però anche questa scuola di pensiero ha mostrato molti difetti e quindi in qualche modo è stata abbandonata. Cosa è “civiltà” allora? E’ qualcosa di condiviso. Atene e Sparta quando dovevano combattere contro i persiani dovettero superare la loro tradizionale rivalità per preservare proprio la loro stessa civiltà. Questa civiltà quindi è sangue, è lingua, è religione, è modo di vivere ben al di sopra di contese locali. Oggi noi possiamo dire, fuori da questi miti antichi dell’arcaica Grecia che la civiltà è il più ampio “noi” nel quale ci piacerebbe vivere. Può essere un modo di definire pragmaticamente il concetto di civiltà che, dev’essere chiaro, non è qualcosa di politico in senso stretto ma invece pure di culturale. Una civiltà però non sta ferma, una civiltà si modifica, una civiltà diventa sempre più moderna, ma ha un filo conduttore secondo il quale si modifica. E allora conseguono due domande. Primo, perché il liberalismo è nato proprio nella civiltà occidentale? Secondo, perché la civiltà occidentale, che nel medioevo era poca cosa di fronte alla civiltà islamica o sinica, è riuscita in pochi secoli a prendere il sopravvento e a diventare una delle civiltà oggi dominanti e più capaci di affrontare la vita moderna?

Secondo me sono due aspetti connessi. Io non sono religioso, sono laico, ma questo non mi fa trascurare il fatto che le religioni incidono in modo importante anche nel mondo moderno. Infatti le religioni sono in grado di ritualizzare certi modelli di comportamento. Ritualizzarli in modo che la gente comune li capisca mentre non credo che noi laici siamo in grado di farlo in modo altrettanto efficace. Io, nella mia esperienza personale di ambientalista della prima ora, ne ho avuto una conferma avendo condotto varie battaglie in questo campo ed essendomi reso conto che le questioni ambientali, invece di creare una rito positivo, sono diventate campo di battaglia per i più vari demagoghi su problemi spesso inutili da loro scelti perché di effetto e forieri di consensi.

La civiltà occidentale è senz’altro una civiltà cristiana. In che cosa può questo determinare un vantaggio nella corsa con le altre civiltà? Naturalmente il vantaggio della ritualizzazione si riscontra in tempi lunghi, non può avere un effetto immediato. Leggendo libri di autori come Bernard Lewis, emergono vari punti che possono aiutarci in questa ricerca. Ed allora svisceriamo un momento questi punti, queste motivazioni, religiose e non, che diversificano la nostra civiltà occidentale da quelle delle altre in genere. In primo luogo l’indipendenza da Stato e Chiesa, poi il maschilismo molto attenuato rispetto ad altre civiltà ed infine l’espansione possibile solo via mare. Quest’ultima, avvenuta senza traumi nella prima età cristiana verso la Grecia e Roma, è la meno legata alla tradizione religiosa, anche se i primi discepoli di Cristo furono proprio pescatori, ed quindi abituati alle vie d’acqua, che hanno determinato i loro viaggi con l'incontro tra la tradizione biblica, la filosofia greca ed il realismo romano. Più importante è però il fatto che la civiltà occidentale si sviluppò in Europa, dove una continua pressione dell’Asia, dopo l’argine ad oriente costituito dalla costruzione della grande muraglia cinese, impediva ogni espansione continentale verso Est.

Abbiamo però avuto tentativi come le sfortunate crociate, foriere però di acquisizioni culturali ed artistiche dell’Islam, ma ci siamo attrezzati, dopo la riconquista iberica, a una navigazione sempre più ardita e lo stabilimento conseguente di colonie in Africa prima e nelle Americhe poi. I coloni, all’inizio crudeli e prepotenti conquistadores, ben presto furono una valvola di sfogo per tutti gli eretici impediti dalla conservazione ad essere innovatori in madrepatria. Non è un caso se la prima rivoluzione liberale si deve proprio ai coloni americani. Ma ancora oggi nei liberali inglesi, che dal 1928 non hanno più governato in Inghilterra, sopravvive quell’indomita convinzione (formatasi nel diritto all’eccentricità dell’inglese in India), che un pensiero forte, anche se minoritario, ha il dovere e le capacità di resistere alle pressioni apparentemente insuperabili delle ideologie dominanti.

La seconda motivazione è legata ad un’altra minoranza, che in realtà minoranza non è ma viene costretta ad esserlo: quella femminile. A differenza dei fondatori delle altre religioni moderne il Cristo non è solo profeta ma figlio unigenito di Dio, nella cui biografia la figura paterna è pressochè inesistente. Questo lo esonera da una educazione paterna e mette in primo piano la figura materna: la possibilità di produrre immagini sacre inoltre è stata in grado di amplificare tale preminenza nell’arte medioevale con opere aventi ad oggetto la venerazione di una donna, Maria, in tutti i vari momenti che vanno dall’annunciazione alla Vergine alla Mater Dolorosa. Certamente però anche da un lato l’eredità della cultura greco-romana e dall’altro nel millennio successivo nelle lunghe assenze dei navigatori, costretti a creare un alone di intoccabilità attorno alle loro mogli non è estraneo dal formarsi della mentalità cavalleresca: tutto questo forse può spiegare l’importanza di questa attenuazione in Europa dell’universalmente dominante maschilismo nella storia della civiltà sul nostro pianeta. Ma perché tale fattore assume tanta importanza nello sviluppo di una civiltà? I genetisti ci insegnano che la trasmissione dei valori inizia già fin dalla prima infanzia, quando è proprio la figura materna ad essere fondamentale per la formazione dell’individuo. Una civiltà, nella quale la donna non è partecipe attiva dei suoi modelli di comportamento e delle proprie sorgenti culturali, lentamente nei secoli si inaridisce e degrada: questo è stato il destino di civiltà pur floride, e più della nostra, per tempi non brevi. D’altra parte anche i valori di tolleranza e rispetto delle idee non dominanti sono più consone in natura a chi è principalmente destinato alla procreazione, che a chi aggressivamente deve difendere la specie. Quindi idee liberali forse emergono più facilmente dove la donna è più preminente nella trasmissione culturale.

Ma la più importante causa dell’accelerata evoluzione della nostra civiltà occidentale, e con essa del liberalismo, è certamente la separazione tra Stato e Chiesa. Contrariamente alle altre civiltà dove religione e potere procedevano simultaneamente, il cristianesimo si basa sulle parole “Date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio”, le quali sono parole rivoluzionarie, caratterizzanti di tutti i vangeli, anche se qualche volta il Pontefice se lo dimentica. Ma questo è solo il punto di partenza: su tre lunghi secoli, i primi e più importanti per la formazione della prassi e dottrina, i cristiani sono stati perseguitati dalla Stato e dovettero affermarsi contro di esso. Ma anche quando si imposero nell’impero, questo ormai era avviato alla scissione, con il potere a Bisanzio e la Chiesa a Roma, ed alla decadenza. Le varie ondate di Goti, Longobardi e Franchi, ecc., dovettero essere ad una ad una convertite, non con la forza, ma con la persuasione. Non mancano momenti in senso contrario come Canossa, l’Inquisizione e la controriforma, ma generavano essi stessi a loro volta il rinascimento, la riforma ed il secolo dei lumi.

Scienza e civiltà Nel succedersi della storia, mi appare un solo progresso costante: quello della scienza. Ogni religione al suo inizio è in piena risonanza con le conoscenze scientifiche, anzi se ne avvale per superare superstizioni preesistenti. Però con l’andare dei secoli tali conoscenze, codificate nei sacri testi, diventano obsolete e le nuove acquisizioni sembrano in contraddizione con la dottrina e possono venir giudicate eretiche. Questo si è verificato soprattutto quando il progresso scientifico è stato accelerato e quindi meno assimilabile in dottrine religiose di lenta evoluzione. Un tale evento si è infatti verificato con un incontro di esperienze di diverse civiltà, come avvenne all’inizio del Rinascimento tra scienza araba, già erede di quella indiana e cinese, ed occidentale, potenziata dagli studiosi reduci dalla caduta di Bisanzio, che era a sua volta erede della tradizione ellenistica e quindi anche egiziana. Perciò almeno in questi casi quanto meno le religioni sono influenti, tanto più la scienza può progredire. Con questo può spiegarsi il sorpasso della scienza nordica su quella mediterranea, soprattutto in Spagna e nell’Italia del processo a Galileo Galilei; ma soprattutto di ambedue rispetto a quella islamica e sinica, dove la separazione tra potere statale e religioso, non sta alla base della tradizione di quelle civiltà come fu per quella cristiana.

Noi abbiamo nel Rinascimento un’accelerazione fortissima dell’avanzamento delle scienze e soprattutto della scienza primordiale che è l’astronomia da cui nasce la matematica, la trigonometria sferica e la produzione preindustriale di astrolabi. L’astronomia ha determinato attacchi contro tutti i sacri testi, la Bibbia da un lato e il Corano dall’altro. Tuttavia l’ ”Eppur si muove” è qualcosa che la nostra civiltà ha potuto sopportare. Non l’ha potuto accettare invece la civiltà coranica. Il nostro mondo è cioè riuscito con i compromessi a far proseguire il cammino della scienza mentre in altre civiltà esso veniva spesso fermato.

Due soli esempi. Il primo riguarda la scoperta della circolazione del sangue, che viene in genere accreditata all’inglese William Harvey ed ai suoi scritti del 1628, che ben presto si diffuse in tutta la scienza medica occidentale. Ma tale scoperta fu preceduta da quanto pubblicato nel 1553 dallo spagnolo Miguel Serveto il quale il 16 ottobre dello stesso anno fu condannato al rogo per non aver voluto rinnegare la sua teoria. Queste però furono anticipate, con particolari sorprendentemente simili, dal grande medico di Damasco Ibn al Nafis (1213-1288), di cui tratta anche una recente mostra a Bolzano sulla scienza araba. Egli approfondì gli studi del “Canone” del noto scienziato uzbeko Ibn Sina, chiamato anche Avicenna (981-1037), e di Ibn Rushd di Cordova, da noi conosciuto come Averroé (1128-1198). Nonostante che questa scienza medica fu frutto di secoli di ricerca medica araba e che Ibn al Nafis donò tutta la sua biblioteca a quella dell’Ospedale del Cairo, la sua opera non ebbe più seguito nel mondo islamico, ma però ebbe una traduzione latina di Andrea Alpago (morto nel 1520) nota per l’appunto a Serveto, che sembra se ne servì per i suoi studi sopramenzionati.

Il secondo esempio riguarda invece l’astronomia: nel 1557 a Galata in Istanbul fu costruito un osservatorio di grande importanza, sia per la strumentazione che per il personale specializzato, su iniziativa di Tagi al Din (1526-1585), che persuase a tale iniziativa il nuovo e giovane sultano Nurad III. Il successore di questi, lo fece però radere al suolo su istigazione dello Chief Mufti, preoccupato per le ricadute sulla teologia musulmana dalle scoperte astronomiche. Ben diversa sorte ebbe invece l’omologo osservatorio del danese Tycho Brahe, contemporaneo di Tagi al Din, che anzi aprì la strada a vasti nuovi sviluppi della scienza astronomica occidentale, che, con le sue leggi cosmologiche, aprì la strada alla fisica rinascimentale e quindi alla chimica, geologia e alla biologia.

Questi sono tutti fatti che dimostrano come una certa separazione tra religione e stato ha fatto sì che il progresso della scienza potesse andare avanti. Ci sono poi tante altre conseguenze che discendono dalla separazione tra Stato e Chiesa, come ad esempio il concetto di sovranità della legge, di origine romana, che ha potuto continuare ad esistere proprio per questa separatezza. Le stesse diversità linguistiche sono seguite al fatto che le leggi erano scritte in volgare, mentre la religione andava avanti col latino. Notiamo infine come da questa separazione tra Stato e Chiesa, che ha permesso all’Occidente di emergere, il liberalismo abbia trovato il terreno fertile per affermarsi nell’Occidente stesso e non altrove.

Lo scontro delle civiltà: Le principali civiltà che dobbiamo prendere in considerazione rispetto alla questione dello scontro di civiltà, sono le cinque principali civiltà euroasiatiche. Abbiamo quindi la civiltà occidentale, la civiltà islamica e la civiltà sinica, ma, pur non essendo così estese, anche India e Giappone hanno una loro lunga tradizione per la quale possono considerarsi civiltà indipendenti. Dobbiamo aggiungere poi le civiltà come quella ortodossa, che proviene dal ramo bizantino di Roma ed ha delle radici ben diverse del cristianesimo sia cattolico che protestante. Dobbiamo infine anche tener conto della civiltà ispano americana che dal Messico si estende a tutto il Sudamerica e che ha qualcosa di diverso rispetto a quella occidentale, come dimostrano attualmente pure certe difficoltà nella NAFTA tra Stati Uniti e Canada da un lato e Messico dall’altro. Ultima, ma non meno importante, è la civiltà africana, che non può crtamente essere trascurata da un attento osservatore. La nostra specie è nata in Africa e questo non può essere dimenticato. Quando i portoghesi costruivano castelli nel SudOvest africano sussistevano già grandi civiltà autoctone, ed anche precedentemente vi erano state civiltà che avevano avuto relazioni con la stessa Cartagine attraverso il deserto sahariano. Ai tempi di Cartagine l’Africa aveva quindi una sua propria civiltà,già in contatto con l’occidente, rispetto alla quale l’Islam ha successivamente messo una barriera in quanto più attrezzato ad attraversare il deserto con carovane periodiche, che vi hanno portato l’Islam. Gli stati dell’Occidente africano sono infatti islamizzati solo al nord, mentre il sud rimane una civiltà autoctona ma abbastanza deperita e quando i navigatori occidentali sono arrivati in quelle regioni purtroppo era tardi per rivitalizzare quelle civiltà: né, d’altra parte, questo era un loro obiettivo. Analogamente non lo è stato in Sudamerica con la civiltà andina e quella azteca. Esistono inoltre le civiltà antiche: mesopotamica, egiziana, cretese, classica, bizantina, andina e centroamericana che sono estinte, ma che ai fini storici dobbiamo considerare perché vi sono dei valori che hanno trasmesso ai posteri.

Qual è il futuro delle civiltà attuali? Qui bisogna considerare il declino dell’Occidente od almeno di parte di esso. Declino che purtroppo esiste e si sta chiaramente verificando: due guerre europee hanno infatti lasciato un’eredità molto triste al nostro continente e non possono rimanere senza conseguenze. Noi avevamo due centri nella nostra civiltà. Un centro europeo e un centro nordamericano. Quindi la nostra civiltà vive anche dell’eredità dei relativi paesi, di cui i secondi non hanno quasi risentito delle guerre intestine che hanno afflitto l’Europa. Questo declino che si vede rispetto alle risorse economiche, militari, istituzionali, demografiche, sociali e sociopolitiche. A proposito di quelle demografiche sulla copertina di un numero di questa primavera dell’Economist c’era da un lato una donna americana incinta e dall’altro un vecchio europeo ben nutrito: all’interno erano analizzate invece tutte le statistiche sull’invecchiamento dell’Europa e sul diverso andamento demografico in America. Quindi questo declinare non è certamente più un mistero.

Analogamente c’è in tutto il mondo un ritorno ed un rafforzamento delle religioni ossia di quello che è il cuore delle civiltà. Forse è difficile a spiegarsi, ma questa è una caratteristica non solo delle altre civiltà, ma anche della nostra. Perché questo? Ovviamente una crescita forse troppo rapida della scienza e di tutti i fattori connessi, come le tecnologie, e soprattutto quelle informatiche, comportano una certa alienazione nei giovani. Quello che vediamo oggi può essere un progresso esaltante per chi lo capisce o ne capisce almeno una parte sufficiente. Per chi non lo comprende e quindi ne pare escluso è alienante e quindi quale rimedio cerca? Ricerca le sue radici, locali, religiose, di folklore o peggio di superstzione. In tutto questo c’è un ritorno all’antico che nell’Occidente può essere interessante, ma che può essere determinante per le società non occidentali le quali accedono ad una modernizzazione, che li porta sì ad arricchirsi, ad avere più potere e maggiori capacità militari ed economiche, maquesto potere possono anche fare un uso distorto.

Modernizzazione e occidentalizzazione sono due aspetti diversi di un processo che si può presentare in forme diverse per cui si assiste a situazioni in cui va avanti una sola delle due e ad altre in cui vi è uno sviluppo contemporaneo delle due come ad esempio fu e rimane nella Turchia di Kemal Atatürk. Oppure prima salgono fortemente sia la modernizzazione che l’occidentalizzazione, ma poi il fenomeno cambia per i motivi già detti, l’occidentalizzazione diminuisce e c’è un ritorno alla civiltà indigena mentre la modernizzazione continua ad avanzare. Questo avviene ad esempio per l’estremo Oriente dove ci sono le 4 tigri Taiwan, Singapore, Korea e Hong Kong che sempre più si rivolgono verso la Cina (le infezioni di SARS sono per questo forse più eloquenti dei dati ufficiali). Persino l’Australia ha un maggiore interscambio con la Cina, che si fa sentire anche nella sua politica.

Il core state: Veniamo ora alla struttura derivante da questo discorso. Il primo punto fondamentale è che le civiltà devono avere un paese centrale, il core state, che è determinante per il loro sviluppo. Infatti in piccole guerre da mediare è molto difficile che una civiltà possa intervenire efficacemente senza uno stato guida. Un paese centrale esiste per la civiltà sinica ed è ovviamente la Cina. Esiste per quella ortodossa ed è la Russia. Esiste anche per l’Occidente ed, in assenza di un’Europa veramente unitaria, non possono che essere gli Stati Uniti. Non esiste assolutamente per l’Islam, per il quale era rappresentato fino al 1920 dall’Impero Ottomano, in quanto punto di riferimento di tutto l’Islam, ma oggi non è più esistente. Di conseguenza c’è ora una lotta tra diversi Stati per diventare Stato guida dell’Islam e questo porta concorrenza tra di loro e quindi inasprimenti dei conflitti. L’Arabia Saudita può fare da Stato di riferimento come potenza economica ma non certamente come potenza demografica: però il centro religioso rimane sempre La Mecca. Purtroppo la Turchia non lo può essere più, proprio perché è uno Stato che ha scalato solitaria la montagna dell’occidentalizzazione; d’altronde non è stata in grado di essere centro di attrazione per le repubbliche centroasiatiche ex sovietiche, nonostante fossero già abituate ad una certa laicità. Nemmeno il Pakistan può essere uno stato guida per l’Islam perché è troppo eccentrico e oltretutto ha un contenzioso con l’India, che non coinvolge gli altri stati; tantomeno lo può essere l’Indonesia ancora più eccentrico, pur essendo il più popoloso degli stati musulmani. Hanno cercato di esserlo sia l’Iran che l’Egitto ma ambedue hanno fallito nel momento storico a loro più propizio. In piccole guerre è molto difficile portare avanti una civiltà senza uno stato guida. L’Africa ha la contesa tra Nigeria e Sudafrica per lo status di core state. In sudamericani lo stato più importante è certamente il Brasile, che però ha una diversità linguistica rispetto a tutti gli altri paesi del continente. Le civiltà minori India e Giappone sono ovviamente stati guida di loro stesse.

Tutto ciò ha riflessi sugli scontri tra stati. Gli scontri sono abbastanza facili a risolversi per via solo diplomatica quando sono interni a una civiltà. Nel caso di Argentina e Cile il Pontefice è riuscito a mediare. Il contenzioso tra Cechi e Slovacchi è stato pacificamente composto con una separazione consensuale. Infine lo scontro tra società anglofona e francofona in Canada si risolve senza carneficine. Tra diverse civiltà ci sono in genere o scontri tra stati divisi o scontri di frontiera. Gli stati divisi sono stati che sono composte al loro interno da civiltà diverse, come il caso Etiopia-Eritrea, che per fortuna si è risolto, anche se faticosamente. Diversa è la situazione per il Sudan, in parte islamico in parte nero, il caso della Nigeria, come quello delle Filippine, in parte cattoliche in parte islamiche, e poi dell’India, dello Srilanka, della Malaysia, di Timor e di molti altri. Questi sono solo gli esempi di stati divisi. Gli scontri di confine sono invece ancor più gravi, perché non si riescono a risolvere, se non con artifici complicatissimi. Lo scontro in Bosnia ci ha insegnato che esistono gli attori e i sostenitori dello scontro. I primi attori sono le popolazioni lì esistenti cioè i croati, i serbi e i musulmani di Bosnia, e questi non era possibile metterli d’accordo perché ognuno aveva da contare i propri morti e quelli tra i padri e i nonni. I primi sostenitori, o meglio secondi coinvolti, erano la Serbia da un lato, il nostro pontefice insieme alla parte cattolica della Germania dall'altro e in parte anche il mondo musulmano con Turchia e Pakistan dall’altro ancora. Anche questi secondi non sono stati capaci di mediare la pace: per fare questo servono i terzi coinvolti, che sono gli stati guida delle singole civiltà, la Russia per quanto riguarda la Serbia, l’Europa e tutta la civiltà occidentale, ma soprattutto la Germania, per quanto riguarda la Croazia, mentre per i musulmani di Bosnia mancava uno stato guida. Bill Clinton ha fatto il grande gesto di fare lui quello che non poteva essere fatto dalle nazioni musulmane e con questo si è riusciti al terzo livello di concordare una divisione della Bosnia e uno statuto che in questi anni, pur grazie alla presenza di molti soldati stranieri, ha comunque funzionato. Gli stati guida hanno costretto i primi sostenitori a farsi promotori di una soluzione che è stata accettata, volenti o nolenti, dai diretti interessati. Senza questo sistema a tre livelli non sarebbe mai riuscita una pacificazione. In Kossovo i tre livelli non funzionarono più, causa il diretto intervento della Serbia, ed è stata la carneficina. Il problema quindi degli scontri di confine è molto difficile, mentre purtroppo tali scontri ci sono dappertutto: solo i più violenti sono già una ventina.

Ci sono infine gli Stati ponte, che cercano di superare la divisione descritta, ma creano in genere difficoltà insuperabili. Tra questi la Russia rispetto all’Occidente, sia ai tempi di Pietro il Grande che a quelli di Lenin, che però ha dovuto ritornare al suo ruolo originario in ambedue i casi. Vi è poi il Messico, che è combattuto ed in mille difficoltà tra la sfera ispano americano e la NAFTA. La Turchia è stata la sola che ha trovato invece il modo di reggere e regge tuttora in questa difficile posizione. Noi europei non comprendiamo la difficoltà di chi sta non ancora su un ponte tra due civiltà, ma in mezzo all’acqua tra due sponde senza essere né di qua né di là. Questo è un grave errore dell’Europa, perché, se c’è una possibilità di avere un ponte con l’Islam, questo è dato dal kemalismo: questo ha infatti portato alla separazione tra Stato e Chiesa e per tutelare il quale i militari, che mentre in altri casi si rivelano brutalmente dittatoriali, sono in Turchia i custodi della democrazia. Questo stato di cose non lo si comprende e non capisco il perché di questo continuo rifiuto europeo, grave errore di prospettiva storica. Alla fine è da menzionare anche il problema dell’Australia, anch’esso interessante pur non più di attualità: l’Australia ha cercato di rendersi stato ponte nei confronti dell’Asia senza poi riuscirvi, in particolare con il governo laburista Keaton,che nonostante tante buone intenzioni ha dovuto recedere, soprattutto per la diversità dei modelli di comportamento, che distinguono drasticamente le due civiltà.

Ci sono dunque elementi che uniscono le civiltà ed altri che le dividono. Certamente l’informatizzazione, la globalizzazione, la scienza, la tecnica e le necessità ambientali sono elementi che uniscono. Anche l’acqua, spesso additata come possibile fattore di contrasti, può invece dare un contributo pacificatore, perché l’acqua costringe ad intensificare un commercio tra regioni aride e non, costringe a sviluppare ed adottare tecniche per produrla come fanno Israele e la Giordania e ad importare quei generi alimentari che sarebbe assurdo produrre negli stessi paesi poveri d’acqua. Ricordo che un chilogrammo di un genere alimentare ha bisogno di un metro cubo d’acqua. Dall’altro lato c’è chi divide l’alienazione, la devoluzione, le religioni con le loro componenti fondamentaliste, ma soprattutto la mancanza di fiducia. Più è complesso il mondo, più la parte intellettuale tende ad unirlo e più la parte meno intellettuale è portata a separarsi per ritornare ai valori tradizionali e a quelle che sono le origini della loro civiltà onde evitare l’alienazione conseguente al sentirsi esclusi dall’innovazione. Qui si deve intervenire, ed a doverlo fare sono i laici, come l’Internazionale Liberale, ma anche le religioni più aperte ai valori della laicità, e comunque stimolati da essa. Ricostruire una fiducia, venuta meno, è sempre difficile e necessita di azioni congiunte di più parti attive.

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